lunedì 6 febbraio 2017

2017 Villa Amalia



Buongiorno. Siamo ......, ...... e.....(nomi),studenti del Liceo Carlo Porta di Erba.
Vi ringraziamo a nome del FAI per essere qui a partecipare alla 25^ edizione delle GIORNATE DI PRIMAVERA, che è ormai da molti anni un fine settimana dedicato alla scoperta dell'arte e della natura italiane.
Il FAI, Fondo Ambiente Italiano, è una fondazione senza scopo di lucro, nata nel 1975, per tutelare e rendere fruibile per tutti il patrimonio artistico e naturale italiano. La sua missione è conservare, restaurare e aprire al pubblico dimore storiche e aree naturali, proteggendole dal tempo, dalla speculazione e dal degrado.


Ci troviamo a Erba, località Crevenna, davanti alla  Chiesa di S. Maria degli Angeli  e a Villa Amalia.
Nel 1489 grazie all’aiuto economico dei Carpani, nobili di Incino Erba, i francescani frati minori osservanti fondarono un cenobio. Dopo circa un secolo il convento passò ai padri riformisti, prendendo il nome di Convento di Santa Maria degli Angioli. I frati qui pregavano e  lavoravano, confezionando e tingendo gli abiti per i Francescani della provincia di Milano.
Dove in passato sorgeva l’antico convento di Santa Maria degli Angeli, venne edificata una sontuosa villa di delizia chiamata Villa Amalia. Nel 1799 il convento, per legge, fu soppresso e l’immobile fu quindi alienato e messo all’asta.  Il nuovo proprietario, il conte Rocco Marliani, veronese di nascita, milanese di adozione, iniziò le opere di adattamento dello stesso per trasformarlo in villa. Il conte Marliani avrebbe voluto abbattere l’intera costruzione, ma una sollevazione popolare lo indusse a piegarsi “a più miti consigli” e a intervenire in modo meno invasivo.
L’architetto viennese Leopold Pollack, allievo del Piermarini, creò allora una residenza neoclassica, terminata nel 1801, e integrata nel preesistente convento francescano. Egli destinò le parti del fabbricato ai vari usi domestici, cercando di sfruttare i locali grandiosi del vecchio convento. In questa progettazione si dimostrò molto “moderno”, sapendo ottimizzare gli spazi anche in relazione alla loro destinazione funzionale.
Venne tuttavia abbattuta la parte del fabbricato dietro l’altare maggiore della chiesa, dando accesso al cortile interno e creando in questo modo l’entrata principale della villa: furono tolti il coro della chiesa e la sacrestia maggiore. Anche il cimitero laico e quello ecclesiastico subirono la stessa fine e furono purtroppo chiuse e distrutte tutte le cappelle laterali esistenti nella chiesa.
VILLA
Il maestoso cancello in ferro battuto immette sul viale ghiaioso d’accesso alla villa. Aldilà della siepe di bosso, attaccata due anni fa da un parassita, sono presenti pini e abeti. Notiamo alla nostra destra un Cedro dell’Himalaya, mentre a sinistra diversi tassi. Non essendoci lavori di manutenzione nel parco da diversi anni, le specie infestanti erbacee e arbustive, come Phytolacca americana, Aucuba japonica, Trachycarpus (palma giapponese), si stanno diffondendo liberamente.
L’ingresso attuale della villa è il risultato di una precisa scelta progettuale dell’arch. Pollack, che pose come asse privilegiato dell’edificio quello orientato est-ovest, rispetto al precedente assetto conventuale impostato nord-sud. Questo passaggio permise la definizione dell’ampio cortile (ex chiostro) quadrangolare, detto Cortile d’onore, che ancora oggi determina uno spazio arioso e destinato all’accoglienza. Riscontriamo dunque tra gli obiettivi dell’architetto l’intenzione di regolarizzare quegli antichi spazi del convento che risultavano da un’aggregazione non sempre regolare e precisa.
Il corpo centrale dell’edificio è più alto delle due ali laterali, destinate a corpi di servizio. La gradinata permette l’accesso alla sala degli specchi di impostazione neogotica. La specchiera al centro dell’ambiente permetteva il riflesso della suggestiva cornice montuosa del Resegone. Le tre portefinestre sono unite dal fregio soprastante, dai tratti leziosi e leggeri che raffigura putti intenti alla vendemmia ed elementi naturalistici. Una sequenza di riquadri con festoni che si dispongono ai lati degli ingressi costituisce un chiaro richiamo alla classicità e determina nella lettura della facciata un sistema proporzionato di pieni e vuoti (muri, aperture, riquadri). La fascia marcapiano grigia, elemento lineare e ordinatore del corpo principale, continua anche sulle due ali laterali, conferendo all’edificio maggiore austerità e preannunciando il tono decisamente neoclassico della facciata principale della villa.
Ultimata la parte costruttiva, Pollack e si dedicò al parco, aprendolo a raggiera e fondendo lo spazio con soluzioni d’avanguardia.
I versi oraziani della Satira VI del II libro riportati sulla lapide posta sopra il portico detto Alla Cappuccina sono indice della soddisfazione del proprietario.
HOC ERAT IN VOTIS: MODUS AGRI NON ITA MAGNUS,
HORTUS UBI ET TECTO VICINUS IUGIS AQUAE FONS
ET PAULUM SILVAE SUPER HIS FORET.
AUCTIUS ATQUE
DI MELIUS FECERE. BENE EST. NIHIL AMPLIUS ORO
                                                                  Horat. SATIR VI LIB II
Questo era nei miei desideri: un pezzo di terra non tanto grande,
dove ci fosse un orto e vicino alla casa una fonte di acqua perenne
e un po’ di bosco oltre a queste cose: di più e
meglio hanno fatto gli dèi: va bene! Non chiedo nulla di più…

I lavori terminarono nel 1801 e il Marliani volle commemorare questa data con una lapide infissa in una parete del cortile SUL LATO NORD, dedicando la villa alla sua consorte Amalia.
ROCHUS PETRI FIL MARLIANUS      Rocco Marliani figlio di Pietro
DOMO MEDIOLANO                         milanese di residenza
COENOBII VETERIS OPERIBUS A SOLO AMPLIATIS ingranditi i fabbricati di un antico convento dalle fondamenta
VILLAM EXTRUXIT ORNAVIT costruì e abbellì una villa
AMALIAM    Amalia
EX CONIUGIS KARISSIMAE NOMINE dal nome della carissima consorte
APPELLANDAM   da chiamarsi
ANNO                         MDCCCI        (MILLESIMO OCTINGENTESIMO PRIMO  =1801)
I tre esemplari di Olea fragrans fioriscono in autunno; i piccoli fiori profumatissimi consentono di assaporare la primavera anche nei mesi più bui e freddi dell’anno.
Il pozzo e il fauno, opera di un allievo del Canova, furono inseriti nella seconda metà dell’800.
Pollack, abile disegnatore di parchi reali e giardini patrizi, volle cingere pure il maestoso edificio di un vasto giardino che segna il passaggio da quello all’italiana a quello all’inglese. Le siepi di bosso e la piantumazione ordinata di tre esemplari di faggio, cipresso,  tasso coesistevano con  il bosco solcato dal torrente Lambroncino. L’area del parco a nord-ovest presenta i tipici elementi del jardin anglais, termine usato da Stendhal che fu a Villa Amalia nel 1816, ovvero gallerie, gruppi marmorei, edicole, obelischi incastonati in un insieme di specie arboree differenti.
Il sistema dell’edificio e del parco prevedono anche corpi di servizio tra i quali la fattoria rustica recentemente restaurata, le serre, le vasche di raccolta delle acque ed una ghiacciaia.
Degno di nota il giardino d’inverno riscaldato, una veranda di ferro e vetro, adiacente alla sala da pranzo, in cui era possibile osservare il paesaggio, fare colazione, leggere. L’arredo, le statue e le pitture, le piante sempreverdi, il ghiaietto bianco della pavimentazione rendevano questo spazio un’orangerie, di cui vantarsi.
Una fontana con dei putti è collocata nel giardino di fronte alla facciata.

L’interno della villa è suddiviso in diversi ambienti secondo la moda dell’epoca. Le porte perfettamente allineate consentono una visione a cannocchiale.
Sala da pranzo(ricevimento genitori)
Sala di lettura (sala docenti)
Sala dell’Aurora
Salotto giallo (presidenza)
Salotto rosso(segreteria)
Salottino d’angolo
La facciata  occidentale dell’edificio è caratterizzata da un  pronao tetrastilo con colonne e lesene di ordine ionico, sopra cui si affaccia un’ imponente terrazza. La parte superiore è occupata da un timpano decorato da finissimi monocromi e dominato dallo stemma degli Stampa di Soncino: un leone rampante con il motto NON FORTUNA SED VIRTUS.
I fregi monocromi di Giuseppe Bossi sopra le portefinestre raffigurano le stagioni della primavera, dell’estate e dell’autunno. La giocosità dei putti contrasta con la serietà dell’impianto architettonico neoclassico.
La fascia marcapiano prosegue separando i due livelli del corpo principale, conferendo una forte orizzontalità all’insieme. Le cornici delle finestre a destra e a sinistra sono aggettanti e determinano un ritmo chiaroscurale della facciata più marcato rispetto al fronte orientale. Uno splendido esempio di facciata neoclassica, che Pollack progetta facendo riferimento alle architetture cinquecentesche di Palladio, dalle quali coglie la predilezione per un linguaggio sobrio e composto, per una certa semplicità leggibile anche nelle forme piuttosto stilizzate dei capitelli ionici. Rispetto alla facciata del Cortile d’onore o del pozzo, riscontriamo un allontanamento dal decorativismo gentile e grazioso, retaggio degli insegnamenti piermariniani,  per confermare un accento decisamente più classicista. Anche in questo caso l’architetto è attento alla destinazione funzionale del pronao, che per Villa Amalia si trasforma quasi in un’apertura verso la radura che anticipa il bosco. Tale pronao evidenzia attraverso la profondità del corpo,  il tema della trasparenza e della apertura dei fronti verso il paesaggio che sembrano connotare Villa Amalia.
La sala dell’Aurora deve il suo nome al dipinto ad olio di Giuseppe Bossi. Il pittore espose la sua opera a Palazzo di Brera a Milano nel 1805 e in seguito la posizionò al centro del soffitto a volta di questa stanza.
L’Aurora, il cui volto ritrae quello di Amalia, è una donna alata, avviluppata da chiari panneggi, che tiene nelle sue mani ghirlande di fiori e che si eleva nel cielo ormai inondato dalla luce. Ai suoi piedi il putto Lucifero, dai bei lineamenti, con la fiaccola accesa è in grado di respingere le tenebre della Notte, una figura che si sta eclissando sotto un manto scuro.
Alcuni critici hanno sottolineato l’imponenza giunonica della figura femminile che richiama l’arte michelangiolesca, per la resa accentuata dei volumi, altri hanno esaltato la semplicità descrittiva di Bossi e gli effetti luministici che ha ottenuto grazie a velature trasparenti che si sovrappongono. Il tema della luce in dialettica con le tenebre, potrebbe alludere a un atto di fede verso la ragione e nel contempo essere un omaggio alla moglie Amalia.
Il pavimento è un capolavoro! Al centro della sala c’è un rosone musivo di eccellente fattura. Le tessere della sezione centrale lasciano il posto al seminato nella cornice laterale. La resa cromatica dell’insieme è impostata su vari toni di grigio che non interferiscono con i colori caldi del dipinto della volta.
Di età successiva, fine ‘800, sono invece le sovrapporte opera di Felice Zennaro, raffiguranti la Geometria, l’Industria, la Musica, la Pittura. La Scultura e la Poesia non sono più visibili.
Il colore e la doratura delle porte, la sequenza dei festoni dorati richiamano la volta e i fregi che congiungono la volta alle pareti. Ricordiamo questi festoni presenti anche sulla facciata orientale.
Il tondo del fregio sopra il camino rappresenta Amalia Masera(naso!)
Sul lato opposto il tondo rappresenta Maddalena Marliani, figlia di Rocco, moglie del banchiere milanese Paolo Bignami, amante di Ugo Foscolo.
I busti in marmo policromo di Settimio Severo (pianoforte) e di Caracalla sono copie ad opera di uno scultore lombardo di originali conservati al Museo Nazionale di Napoli.
Sul caminetto il busto di Giuseppe Parini, opera di Rizzardo Galli, originariamente posto nell’edicola nel parco e i busti (attribuzione non certa!) di Gedeone Bressi e di Johanna Faust, genitori di Lucia Bressi, consorte di Alberto Amman, opere di Giosuè Argenti del 1880.
La serra delle begonie ospitava anche piante fiorite esotiche, orchidee e felci.

CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI
La Chiesa, che risulta già completata nel 1485, fu consacrata il 21 gennaio 1498 dal francescano Mons. Guglielmo, vescovo titolare di Segone in Corsica, perciò detto Corsico.
Dalla piazza una scalinata porta all'ingresso sormontato da un bel rosone. La facciata fu completamente ridipinta a metà dell’800 in stile neo-gotico a finti elementi architettonici: cornici, colonne, nicchie con statue di santi.
Sono riconoscibili a sinistra i santi Pietro (in basso, con le chiavi) e Rocco (in alto, con l’abito da pellegrino, il cane e la piaga sulla coscia), a destra Paolo (con la spada) e Antonio abate (con abito monacale, bastone e maialino). La chiesa è dedicata a Santa Maria degli Angeli, ma è popolarmente indicata come chiesa di Sant’Antonio perché conserva la reliquia della mano del Santo. Ancora oggi viene riaperta in occasione della fiera di Sant’Antonio, il 17 gennaio.
Non stupisce dunque la rappresentazione del Santo in facciata, mentre la presenza di San Rocco potrebbe essere legata a uno dei proprietari della villa, Rocco Marliani. Si tratterebbe, dunque, di un omaggio al santo onomastico.
L'interno della chiesa è a navata unica con copertura lignea sorretta da tre arconi ogivali. Tale architettura è tipica degli ordini mendicanti, che nascono nel XIII secolo (ecco perché gli archi acuti gotici) e pongono in primo piano la predicazione (ecco perché l’aula unica: tutti i fedeli sono raccolti in un unico spazio e la loro attenzione si focalizza sul predicatore). Lo sguardo del fedele e del visitatore è subito attratto dal grande affresco della Crocifissione situato sull’arcone trionfale, opera di pittori della scuola di Bernardino Luini. L’affresco è pressoché identico a quello eseguito dall’importante pittore leonardesco Bernardino Luini nel 1529 nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Lugano, che ai tempi faceva parte della Diocesi di Como,  nella stessa posizione (arcone trionfale).
Sulla vasta parete troviamo al centro le tre croci. Da notare sopra le croci la rappresentazione delle anime dei ladroni come piccoli uomini nudi: quella del buon ladrone (a destra di Cristo) è colta in preghiera mentre un angelo la eleva al cielo, mentre quella dell’altro ladrone tenta disperatamente di sfuggire alle grinfie di un demonio. Da notare anche le gambe dei ladroni, che dalle rispettive croci si protendono in avanti con un meraviglioso effetto di sfondamento dello spazio.
In secondo piano, ai lati delle tre croci, sono dipinte due logge entro cui si svolgono alcuni episodi della passione di Cristo: la preghiera nell’Orto degli ulivi (in alto a sinistra), la derisione (in basso a sinistra), l’ascensione (in alto a destra) e l’incontro con l’apostolo incredulo Tommaso (in basso a destra). Tra le croci si vedono invece il Cristo portacroce e il compianto.
Nella parte più bassa dell’affresco sono rappresentati, nel lato sinistro il gruppo delle pie donne, nel lato destro i soldati che si giocano ai dadi le vesti di Cristo.
Da notare la caratterizzazione dei personaggi, colti in gesti quotidiani che avvicinavano all’episodio sacro ai fedeli (abiti secondo la moda rinascimentale, cagnolini che giocano, bimbo che si aggrappa al velo della madre…).
Purtroppo parte dell’affresco non è più visibile perché risulta tagliato dall’arcone aperto nel 1738 per inserire sull’altare il nuovo tabernacolo con tempietto ligneo, opera dei fratelli Torricelli di Lugano. Il tabernacolo, strutturato su tre livelli, presenta una serie di altorilievi dipinti e dorati con episodi del Vangelo.
Fino al 1797, nella parete laterale destra, si aprivano quattro cappelle, che Pollack fece demolire per far posto all’abitazione del custode e a locali di servizio alla Villa che stava progettando. Si notano ancora le dedicazioni delle cappelle, inserite in cornici architettoniche affrescate sugli arconi. Sulla destra degno di nota è l’affresco della Madonna in trono col Bambino, tra angeli musicanti, venuta alla luce nel corso dei lavori di scrostamento. Datata 1496 è attribuita a Giovan Pietro di Cemmo. Al di sotto di esso si intravede il sommo di un Uomo dei dolori (cioè Cristo con gli strumenti della passione: croce, corona di spine, spugna con l’aceto, lancia). Lungo la parete destra sono murati il Mausoleo di Massimiliano Stampa con un bassorilievo attribuito al Canova e  quello dell’imprenditore tessile, conte  Alberto Amman.
Sul lato sinistro troviamo alcune opere devozionali (a partire dal fondo della chiesa: San Rocco, Sant’Antonio abate, una cornice vuota in cui c’era un Bambin Gesù, una natività e San Carlo Borromeo con un frate francescano. Da notare il piccolo pulpito marmoreo quattrocentesco trasportato qui dall’Abbazia di Chiaravalle dagli Stampa di Soncino.
Opere di restauro e di manutenzione hanno interessato la chiesa a partire dal 1994; i lavori hanno valorizzato i reperti, le tele e gli affreschi, nonché i lacerti degli intonaci quattrocenteschi, al fine di riproporre ove possibile l’edificio antico.
I PROPRIETARI
1799-1828 MARLIANI
Rocco Marliani, avvocato e studioso di diritto, fu consigliere della Corte d’Appello durante la Cisalpina e ricoprì diverse cariche pubbliche. Uomo brillante, ammirato dalle donne, vero mecenate, amò circondarsi di scrittori e poeti, ai quali offrì nella sua villa di Erba, lo sfarzo dei ricevimenti. Sposò Amalia Masera, donna colta e raffinata, frequentatrice dei salotti milanesi. Dal loro matrimonio nacquero tre figli: Maddalena, Marco Aurelio e Pietro.
1828- 1843 MARIETTI
Villa Amalia passò poi dai Marliani ai fratelli Marietti, appartenenti al mondo bancario milanese.
1843- 1886 STAMPA DI SONCINO
Nel 1843 la dimora divenne proprietà del conte Massimiliano Giovanni Stampa di Soncino, il quale la ristrutturò secondo temi neogotici, lasciando intatti soltanto gli esterni, il salone dell’Aurora e il portico della Cappuccina. Alla morte di Massimiliano Stampa di Soncino, la giovane moglie, la contessa Cristina Morosini soggiornò per brevi periodi a Villa Amalia. Poiché vantava fra i suoi antenati dei dogi ritenne opportuno marcare la sua dimora erbese con il simbolo di Venezia. Fece così posizionare due leoni alati ai lati della scalinata del pronao. 
1887- 1923 AMMAN
Alberto Amman imprenditore tessile nato a Monza e la moglie Lucia acquistarono la villa. Dopo la loro morte l’immobile fu ereditato dalle due figlie:
FANNY  che sposò il conte Giorgio Padulli (Fanny abitò a Erba con il marito e i figli Gerolamo e Camilla, tanto che la villa cambiò nome in VILLA PADULLI)
&
LUISA che sposò il marchese Camillo Casati Stampa (Luisa si separò presto dal marito e condusse una vita dissoluta ed eccentrica…relazione con Gabriele D’Annunzio, oppio, cocaina,  feste sbalorditive, mise stravaganti)
Nel 1923 la villa venne acquistata dalla famiglia CHIESA di Chiasso.
Nel 1940 passò ai FRATELLI DELLE SCUOLE CRISTIANE.
I Fratelli delle Scuole Cristiane sono una congregazione religiosa cattolica fondata nel 1680, che gestisce in tutto il mondo numerose scuole e centri educativi, tra cui l'Istituto Gonzaga di Milano.
Il Fondatore è il sacerdote francese Jean-Baptiste de La Salle, (da cui prende il nome il piazzale) proclamato da Pio XII "patrono degli insegnanti e di tutti gli educatori" e festeggiato dalla Chiesa Cattolica il 7 aprile. Giovane sacerdote, abbandonò agi e ricchezze di famiglia per dedicarsi integralmente all'educazione degli ultimi e dei piú deboli: i bambini poveri.

Dal 1962 è di proprietà dell’ AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI COMO che l’ha destinata ad uso scolastico ospitando dal 1968 il Liceo Scientifico Galileo Galilei e dal 1998 il Liceo Statale Linguistico e delle Scienze Umane Carlo Porta.

lunedì 30 gennaio 2017

Maddalena una delle Grazie di Foscolo

UGO FOSCOLO LE GRAZIE (Luigi De Bellis) Il carme, LE GRAZIE, che non fu mai ultimato e neppure definitivamente ordinato dal Foscolo, si compone di numerosi frammenti lirici, in sé compiuti, per un totale di circa 1300 versi sciolti. Gli anni che il poeta dedicò maggiormente alla composizione de “Le Grazie” furono il 1812 ed il 1813. Inizialmente il Foscolo concepì il carme in un unico Inno, ma successivamente il disegno si ampliò e gli inni divennero tre. In quegli anni Antonio Canova, il più illustre scultore neoclassico italiano, aveva appena ultimato una statua rappresentante Venere che esce dal bagno e stava iniziando a lavorare ad un gruppo delle Grazie per incarico di Giuseppina Beauharnais. Il Foscolo pensò dunque di dedicare proprio al Canova il Carme. L'argomento Il Foscolo immagina di dedicare, sul colle di Bellosguardo in Firenze, un tempio alle Grazie (le tre figlie di Venere: Eufrosine, Aglaia e Talia), “divinità intermedie tra la terra e il cielo”, “abitatrici invisibili tra gli uomini”, di cui mitigano la ferinità, favorendone l’incivilimento. Alle Grazie immortali le tre di Citerea figlie gemelle è sacro il tempio, e son d'Amor sorelle; nate il dì che a' mortali beltà ingegno virtù concesse Giove, onde perpetue sempre e sempre nuove le tre doti celesti e più lodate e più modeste ognora le Dee serbino al mondo. Entra ed adora. Quindi inizia il primo Inno, intitolato a Venere (simbolo della bellezza universale), nel quale si descrive l’apparizione della Dea nelle acque del mar Ionio in compagnia delle Grazie e l'inizio dell’incivilimento dell’uomo. Fino a quel giorno gli uomini erano vissuti nella più squallida ferinità, lasciando arrugginire l’aratro che aveva loro donato Cerere e divorando selvaggiamente il frutto della vite, dono di Bacco, prima ancora che il sole autunnale lo facesse maturare. All’apparire delle Grazie gli uomini ammutolirono. Deposero le fiere armi e le ruvide pelli e incominciarono ad ingentilirsi scoprendo le arti. Quando Venere decise di tornare fra gli Dei, lasciò le figlie sulla terra perché rendessero più gradito ai mortali il soggiorno terrestre, invitandoli costantemente alla pace, all’amore, alla poesia. L’effetto benefico delle Grazie si propagò dapprima in Grecia e per due volte esse furono ospiti dell’Italia, prima in Roma, nell’età antica, poi in Firenze, durante il Rinascimento. Ora però le Grazie sembrano essere state bandite dagli uomini. Il Poeta promette di rinnovarne il culto nel tempio da lui eretto a Bellosguardo ed implora il loro ritorno. Il secondo Inno, intitolato a Vesta (simbolo delle virtù umane), rappresenta il sacro rito che si celebra dinanzi all’ara delle Grazie, cui il Poeta invita i giovinetti che la guerra non ha ancora strappati alle madri, perché allontanino i profani dalla sacra soglia del tempio. Il rito si compie con l’ausilio di tre bellissime sacerdotesse - tre donne amate dal Foscolo: Eleonora Nencini di Firenze, Cornelia Rossi Martinetti di Bologna e MADDALENA MARLIANI BIGNAMI di Milano - che rappresentano rispettivamente la musica, la poesia e la DANZA. La prima sacerdotessa, la Nencini, esce dal suo palazzo di Firenze (il palazzo Pandolfini, la cui costruzione il Foscolo attribuisce erroneamente a Raffaello Sanzio, mentre fu opera di Gianfrancesco Sangallo e Bastiano d’Aristotile) e si accosta all’ara per offrire alle Grazie il suono dell’arpa. La seconda sacerdotessa, la Martinetti, offre alle dee un favo, simbolo dell’eloquenza e della poesia, mentre il Poeta coglie l’occasione per fare un rapido excursus della letteratura greca e italiana (le due anime del Foscolo), rievocando Omero, Corinna, Pindaro, Saffo, Dante, Petrarca, Boccaccio, Boiardo, Ariosto, Tasso. La terza sacerdotessa, MADDALENA MARLIANI BIGNAMI, danza leggiadramente dinnanzi all’altare delle Grazie e consacra loro un cigno offerto in voto dalla viceregina d'Italia Amalia Augusta di Baviera per ringraziare gli Dei del ritorno del marito, Eugenio Beauharnais, dalla campagna germanica del 1813: SOSTIEN DEL BRACCIO UN GIOVINETTO CIGNO, E TOGLIESI DI FRONTE UNA CATENA VAGA DI PERLE A CINGERNE L'AUGELLO. QUEI LENTO AL COLLO SUO DEL FLESSUOSO COLLO S'ATTORCE, E DI LEI SENTE A CIOCCHE NERI SU LE SUE LATTEE PIUME I CRINI SCORRER DISCIOLTI, E PIÙ LIETO LA MIRA MENTR'ELLA SCIOGLIE A QUESTI DETTI IL LABBRO: grata agli dei del reduce marito da' fiumi algenti ov'hanno patria i cigni, alle vergini deita' consacra l'alta regina mia candido un cigno. Il terzo Inno, intitolato a Pallade (simbolo delle belle arti), dopo le prime due parti estremamente lacunose e incomplete, in cui si sarebbe dovuto narrare il soggiorno delle Grazie in compagnia di Venere sulla terra, in cielo e nell’Eliso, ci trasporta, nella sua terza parte, nell’isola mitica di Atlantide, regno di Pallade, ove la Dea fa tessere il velo promesso alle Grazie per proteggerne la grazia e il candore dall’assalto violento delle passioni degli uomini. Quando gli uomini, corrotti dall’avidità e dalla lascivia, si abbandonano ai vizi e si immergono nelle guerre, allora Minerva li abbandona e si rifugia nel suo amabile regno. Così avvenne quando la Dea decise di por mano al velo delle Grazie. Le Ore dispongono sul telaio le fila dell’ordito tratte dai raggi del sole mentre le Parche mettono lo stame alla spola; Psiche, pensosa e taciturna, tesse, mentre Tersicore le danza intorno per divertirla ed incoraggiarla; Iride porge i colori a Flora, che li moltiplica in migliaia di varietà, per procedere al ricamo delle figure che Erato le suggerisce cantando al suono della lira di Talia. Infine l’Aurora trapunta di rose gli orli del velo su cui Ebe versa l'ambrosia rendendolo incorruttibile. Le figure sono raggruppate in vari soggetti che rappresentano la gioventù, l’amor coniugale, l’ospitalità, l’amore filiale e quello materno. Infine il Poeta si accomiata dalle Grazie promettendo loro di rinnovare il rito nel mese di aprile e pregandole di vegliare sulla vita di MADDALENA: ...Intanto, o belle o dell'arcano vergini custodi celesti, un voto del mio core udite. Date candidi giorni A LEI CHE SOLA, DA CHE PIÙ LIETI MI FIORIANO GLI ANNI, M'ARSE DIVINA D'IMMORTALE AMORE. SOLA VIVE AL COR MIO CURA SOAVE, SOLA E SECRETA SPARGERÀ LE CHIOME SOVRA IL SEPOLCRO MIO, QUANDO LONTANO NON PRESCRIVANO I FATI ANCHE IL SEPOLCRO. ................................. A LEI DA PRESSO IL PIÈ VOLGETE, O GRAZIE, E NEL MIRARVI, O DEE, TORNINO I GRANDI OCCHI FATALI AL LOR NATÌO SORRISO.

Maddalena Marliani


MADDALENA MARLIANI


22 febbraio 1791 nasce MADDALENA MARLIANI, figlia di Rocco e di Amalia, spesso chiamata affettuosamente Lena o Lenin
19 gennaio 1805 MADDALENA (14 anni) sposa Paolo Bignami, banchiere milanese
marzo 1806 Foscolo a Milano incontra MADDALENA nei teatri, durante ricevimenti, feste di amici comuni
20 ottobre 1806 MADDALENA dà alla luce Rochino Bignami
estate 1807 Foscolo è a Villa Amalia
17 dicembre 1807 MADDALENA è al Teatro Cannobiano (oggi Teatro  Lirico). Napoleone apprezza la bellezza di MADDALENA   La plus belle parmi tant de belles (la più bella fra tante belle). Non si tratta di un complimento convenzionale perché anche in un’altra circostanza il generale francese antepone la galanteria agli affari di Stato. Il Blocco continentale del 1806, voluto per minare l’economia della nemica Inghilterra, vieta la commercializzazione di abiti di seta. MADDALENA, invece, si presenta ad una festa con un abito di seta, anziché di mussolina. Napoleone, abbagliato dalla bellezza della donna, le si rivolge con queste parole: “ Madame, j’oublierai votre toilette en raison de votre beauté” (Madame, dimenticherò il vostro abbigliamento, in ragione della vostra bellezza)
primo semestre 1808 FOSCOLO (30 anni) e MADDALENA (17 anni) si incontrano e iniziano una relazione d’amore
agosto 1808 Foscolo si invaghisce di Francesca (Cecca)Giovio di Como, con cui allaccia una relazione sentimentale
autunno 1808 Foscolo frequenta assiduamente  casa Bignami
dicembre 1808 MADDALENA, all’ottavo mese di gravidanza, si ammala (forse tubercolosi)
28 gennaio 1809 MADDALENA dà alla luce Carlo Bignami
Alterco fra Ugo Foscolo e Paolo  Bignami, certo per divergenze politiche, ma forse la rivalità era anche sentimentale…
marzo 1809 Foscolo è a Villa Amalia
la salute di MADDALENA  non migliora
giugno 1809 MADDALENA è a Codogno dagli zii per recuperare le forze
10-17 giugno (non si sa con esattezza)  MADDALENA tenta di suicidarsi. Depressione, gelosia..non sappiamo
12 ottobre 1809 Foscolo scrive a Maria Teresa, suocera di MADDALENA, assicurandole che rinuncerà a frequentare casa Bignami
1810 MADDALENA dà alla luce Teresa Bignami 
1813 fallimento della Banca Bignami
Paolo va a Bologna e lì è raggiunto poco dopo da MADDALENA
Foscolo è a Firenze (relazione con  Quirina Mocenni Magiotti)e a Bologna, quindi con molta probabilità Foscolo e MADDALENA  si rivedono; Foscolo lavora alla stesura delle Grazie

28 novembre 1819 MADDALENA dà alla luce Enea Bignami, che fu legatissimo alla madre
                                  
1826 muore Rocco Marliani
10 settembre 1827 Foscolo muore in Inghilterra
1828 Villa Amalia viene venduta ai Marietti
1849 muoiono Paolo Bignami e Marco Aurelio Marliani
MADDALENA  aderisce alla Giovane Italia, educa i figli ai più nobili sentimenti di affetto e dedizione per l’Italia nascente
18 gennaio 1868 MADDALENA muore a Lucca (77 anni).
La sua tomba è a Bologna nel complesso monumentale della Certosa.




Leopold Pollack

il parco di Villa Amalia

martedì 20 dicembre 2016

Manzoni docet

La comunicazione è essenziale per l’essere umano. In alcuni casi essa però risulta difficile: l’emittente e il ricevente non impiegano lo stesso codice. Chi parla spesso non è capito, chi ascolta attribuisce un senso diverso alla parola che viene pronunciata. Un adagio popolare recita: "Chi male intende, peggio risponde". Alessandro Manzoni, profondo conoscitore dell’animo umano, descrive divertito il cortocircuito delle informazioni tra Renzo e Lucia nel capitolo XXVII, dove i due promessi e Agnese comunicano per interposte persone. L’intervento di questi mediatori non fa altro che distorcere i pensieri verbalizzati a fatica dai protagonisti; i letterati infatti trasferiscono sulla carta ciò che hanno compreso, ma gerarchizzano a piacere quanto viene loro riferito! "Ma per avere un’idea di quel carteggio, bisogna sapere un poco come andassero allora tali cose, anzi come vadano; perché, in questo particolare, credo che ci sia poco o nulla di cambiato. Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si rivolge a uno che conosca quell’arte, scegliendolo, per quanto può, tra quelli della sua condizione, perché degli altri si perita, o si fida poco; l’informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti: e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il letterato, parte intende, parte frantende, dà qualche consiglio, propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna, mette come può in forma letteraria i pensieri dell’altro, li corregge, li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo gli pare che torni meglio alla cosa: perché, non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po’ a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire tutt’altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa. Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica dell’abbiccì, la porta a un altro dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo d’intendere; perché l’interessato, fondandosi sulla cognizione de’ fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un’interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso; se c’entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c’è stata anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due scolastici che da quattr’ore disputassero sull’entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto. Ora, il caso de’ nostri due corrispondenti era appunto quello che abbiam detto. La prima lettera scritta in nome di Renzo conteneva molte materie. Da principio, oltre un racconto della fuga, molto più conciso, ma anche più arruffato di quello che avete letto, un ragguaglio delle sue circostanze attuali; dal quale, tanto Agnese quanto il suo turcimanno furono ben lontani di ricavare un costrutto chiaro e intero: avviso segreto, cambiamento di nome, esser sicuro, ma dovere star nascosto; cose per sé non troppo famigliari a’ loro intelletti, e nella lettera dette anche un po’ in cifra. C’era poi delle domande affannose, appassionate, su’ casi di Lucia, con de’ cenni oscuri e dolenti, intorno alle voci che n’erano arrivate fino a Renzo. C’erano finalmente speranze incerte, e lontane, disegni lanciati nell’avvenire, e intanto promesse e preghiere di mantener la fede data, di non perder la pazienza né il coraggio, d’aspettar migliori circostanze. Dopo un po’ di tempo, Agnese trovò un mezzo fidato di far pervenire nelle mani di Renzo una risposta, co’ cinquanta scudi assegnatigli da Lucia. Al veder tant’oro, Renzo non sapeva cosa si pensare; e con l’animo agitato da una maraviglia e da una sospensione che non davan luogo a contentezza, corse in cerca del segretario, per farsi interpretar la lettera, e aver la chiave d’un così strano mistero. Nella lettera, il segretario d’Agnese, dopo qualche lamento sulla poca chiarezza della proposta, passava a descrivere, con chiarezza a un di presso uguale, la tremenda storia di quella persona (così diceva); e qui rendeva ragione de’ cinquanta scudi; poi veniva a parlar del voto, ma per via di perifrasi, aggiungendo, con parole più dirette e aperte, il consiglio di mettere il cuore in pace, e di non pensarci più. Renzo, poco mancò che non se la prendesse col lettore interprete: tremava, inorridiva, s’infuriava, di quel che aveva capito, e di quel che non aveva potuto capire. Tre o quattro volte si fece rileggere il terribile scritto, ora parendogli d’intender meglio, ora divenendogli buio ciò che prima gli era parso chiaro. E in quella febbre di passioni, volle che il segretario mettesse subito mano alla penna, e rispondesse. Dopo l’espressioni più forti che si possano immaginare di pietà e di terrore per i casi di Lucia, - scrivete, - proseguiva dettando, - che io il cuore in pace non lo voglio mettere, e non lo metterò mai; e che non son pareri da darsi a un figliuolo par mio; e che i danari non li toccherò; che li ripongo, e li tengo in deposito, per la dote della giovine; che già la giovine dev’esser mia; che io non so di promessa; e che ho ben sempre sentito dire che la Madonna c’entra per aiutare i tribolati, e per ottener delle grazie, ma per far dispetto e per mancar di parola, non l’ho sentito mai; e che codesto non può stare; e che, con questi danari, abbiamo a metter su casa qui; e che, se ora sono un po’ imbrogliato, l’è una burrasca che passerà presto -; e cose simili. Agnese ricevé poi quella lettera, e fece riscrivere; e il carteggio continuò, nella maniera che abbiam detto." (Alessandro Manzoni I promessi sposi cap. XXVII)

domenica 13 novembre 2016

LA SCUOLA E LE SCUOLE

Imparare costa fatica! Egregio dottor Pessina, ho letto l’editoriale “Io, preside, mi chiedo: dunque la scuola non basta?” e ho deciso di non tenere per me le seguenti riflessioni. Oggi tutti gli alunni dovrebbero apprendere piacevolmente, senza fatica, in modo cooperativo. L’esperienza ludica nel processo di apprendimento, a mio avviso, inevitabilmente, però, decresce con l’innalzamento dell’età anagrafica del discente. L’insegnante prevalente di una Primaria necessariamente opera in maniera diversa da un docente della Secondaria che può avere anche nove classi e trascorrere in una classe due ore settimanali; un bambino è altro rispetto ad un adolescente. Le parole fatica, sacrificio, impegno, rinuncia al tempo libero in certe circostanze, zelo, dedizione, costanza, meticolosità suonano come retaggi gentiliani da estirpare al più presto anche dalla Secondaria di II grado e, in quanto considerati tali, questi termini non possono essere pronunciati. Meglio rispolverare don Milani! L’unica certezza è che da studentessa liceale il maggior carico di lavoro era mio, proprio in quanto studentessa, il rapporto umano con i docenti del liceo e universitari distante e, da parte di alcuni soggetti, addirittura sprezzante; da insegnante liceale il maggior carico di lavoro è stato ed è mio per sensibilità, per passione, per dovere, per obbligo di legge con le normative su DSA e BES. Insegnare in una I liceo di Scienze Umane a 29/ 30 studenti è sempre più difficile. Alcuni ragazzi non padroneggiano i necessari prerequisiti (scarse conoscenze lessicali, gravi lacune grammaticali). L'entusiasmo con cui cerco di trasmettere le mie discipline non è sufficiente. Molti di loro non sono disposti ad impegnarsi, in loro non c'è la curiositas necessaria per apprendere. Nel suo editoriale fa riferimento al fallimento, all’insuccesso. Chiediamoci: “Gli studenti hanno seguito il consiglio orientativo dei colleghi della Secondaria di I grado?”, “Hanno subito un condizionamento da parte dei genitori?”, “La scuola è una priorità nel loro planning settimanale?” Quando gli studenti in prima liceo arrancano, forse hanno semplicemente sbagliato scuola! Gli indirizzi della Secondaria di II grado sono differenti: è importante che anche i Dirigenti scolastici, gli psicologi e i sostenitori dell'inclusione se lo ricordino. Non mi pare che don Milani insegnasse in un Liceo! Per 8 anni i ragazzi sono alunni della scuola, poi diventano studenti di scuole con finalità e obiettivi diversi! Inclusione non deve significare omologazione e rinuncia alle connotazioni proprie dei differenti indirizzi scolastici. Il quindicenne ha lasciato l’amato ludus e ogni giorno si reca all’odiata schola? Il praeceptor non è la dolce magistra della fanciullezza, ma non è nemmeno un orco! Il recupero in itinere è prassi consolidata, l’adeguamento delle richieste al livello della classe è un processo ormai interiorizzato, se non altro per resistere agli attacchi dei genitori e ai conseguenti richiami del DS, che nella maggior parte dei casi è contro i docenti per il “bene” dello studente. Anche gli psicologi addossano ogni responsabilità al docente, facendo apparire agli occhi del genitore pagante lo studente come un genio incompreso da nove docenti cretini, sottopagati. Da ultimo vorrei condividere con Lei tante perplessità circa la cosiddetta Riforma Gelmini. Io l’ho sempre letta come una decurtazione oraria e niente più. Nel vecchio ordinamento Brocca insegnavo Latino 4 ore settimanali, Gelmini mi ha chiesto di svolgere lo stesso percorso in 3 ore. Insegnare non significa rovesciare nelle teste dei miei studenti “il mio sapere”; la quarta ora mi dava la possibilità di stratificare l’apprendimento, di ricorrere al metodo natura o induttivo, di simulare le verifiche. Sono d’accordo con Lei: la riduzione oraria premia i bravi e i ricchi! Quest’ultimi, infatti, si avvalgono di un tutor a pagamento per esercitarsi o frequentano scuole private, dove sono previste ore aggiuntive di insegnamento, di conversazione in lingua, per compensare lo scempio della “riforma Gelmini”. Cordialità da parte di una docente BIA (Bisogno di Insegnamento Autentico)