martedì 20 dicembre 2016

Manzoni docet

La comunicazione è essenziale per l’essere umano. In alcuni casi essa però risulta difficile: l’emittente e il ricevente non impiegano lo stesso codice. Chi parla spesso non è capito, chi ascolta attribuisce un senso diverso alla parola che viene pronunciata. Un adagio popolare recita: "Chi male intende, peggio risponde". Alessandro Manzoni, profondo conoscitore dell’animo umano, descrive divertito il cortocircuito delle informazioni tra Renzo e Lucia nel capitolo XXVII, dove i due promessi e Agnese comunicano per interposte persone. L’intervento di questi mediatori non fa altro che distorcere i pensieri verbalizzati a fatica dai protagonisti; i letterati infatti trasferiscono sulla carta ciò che hanno compreso, ma gerarchizzano a piacere quanto viene loro riferito! "Ma per avere un’idea di quel carteggio, bisogna sapere un poco come andassero allora tali cose, anzi come vadano; perché, in questo particolare, credo che ci sia poco o nulla di cambiato. Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si rivolge a uno che conosca quell’arte, scegliendolo, per quanto può, tra quelli della sua condizione, perché degli altri si perita, o si fida poco; l’informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti: e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il letterato, parte intende, parte frantende, dà qualche consiglio, propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna, mette come può in forma letteraria i pensieri dell’altro, li corregge, li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo gli pare che torni meglio alla cosa: perché, non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po’ a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire tutt’altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa. Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica dell’abbiccì, la porta a un altro dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo d’intendere; perché l’interessato, fondandosi sulla cognizione de’ fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un’interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso; se c’entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c’è stata anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due scolastici che da quattr’ore disputassero sull’entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto. Ora, il caso de’ nostri due corrispondenti era appunto quello che abbiam detto. La prima lettera scritta in nome di Renzo conteneva molte materie. Da principio, oltre un racconto della fuga, molto più conciso, ma anche più arruffato di quello che avete letto, un ragguaglio delle sue circostanze attuali; dal quale, tanto Agnese quanto il suo turcimanno furono ben lontani di ricavare un costrutto chiaro e intero: avviso segreto, cambiamento di nome, esser sicuro, ma dovere star nascosto; cose per sé non troppo famigliari a’ loro intelletti, e nella lettera dette anche un po’ in cifra. C’era poi delle domande affannose, appassionate, su’ casi di Lucia, con de’ cenni oscuri e dolenti, intorno alle voci che n’erano arrivate fino a Renzo. C’erano finalmente speranze incerte, e lontane, disegni lanciati nell’avvenire, e intanto promesse e preghiere di mantener la fede data, di non perder la pazienza né il coraggio, d’aspettar migliori circostanze. Dopo un po’ di tempo, Agnese trovò un mezzo fidato di far pervenire nelle mani di Renzo una risposta, co’ cinquanta scudi assegnatigli da Lucia. Al veder tant’oro, Renzo non sapeva cosa si pensare; e con l’animo agitato da una maraviglia e da una sospensione che non davan luogo a contentezza, corse in cerca del segretario, per farsi interpretar la lettera, e aver la chiave d’un così strano mistero. Nella lettera, il segretario d’Agnese, dopo qualche lamento sulla poca chiarezza della proposta, passava a descrivere, con chiarezza a un di presso uguale, la tremenda storia di quella persona (così diceva); e qui rendeva ragione de’ cinquanta scudi; poi veniva a parlar del voto, ma per via di perifrasi, aggiungendo, con parole più dirette e aperte, il consiglio di mettere il cuore in pace, e di non pensarci più. Renzo, poco mancò che non se la prendesse col lettore interprete: tremava, inorridiva, s’infuriava, di quel che aveva capito, e di quel che non aveva potuto capire. Tre o quattro volte si fece rileggere il terribile scritto, ora parendogli d’intender meglio, ora divenendogli buio ciò che prima gli era parso chiaro. E in quella febbre di passioni, volle che il segretario mettesse subito mano alla penna, e rispondesse. Dopo l’espressioni più forti che si possano immaginare di pietà e di terrore per i casi di Lucia, - scrivete, - proseguiva dettando, - che io il cuore in pace non lo voglio mettere, e non lo metterò mai; e che non son pareri da darsi a un figliuolo par mio; e che i danari non li toccherò; che li ripongo, e li tengo in deposito, per la dote della giovine; che già la giovine dev’esser mia; che io non so di promessa; e che ho ben sempre sentito dire che la Madonna c’entra per aiutare i tribolati, e per ottener delle grazie, ma per far dispetto e per mancar di parola, non l’ho sentito mai; e che codesto non può stare; e che, con questi danari, abbiamo a metter su casa qui; e che, se ora sono un po’ imbrogliato, l’è una burrasca che passerà presto -; e cose simili. Agnese ricevé poi quella lettera, e fece riscrivere; e il carteggio continuò, nella maniera che abbiam detto." (Alessandro Manzoni I promessi sposi cap. XXVII)

domenica 13 novembre 2016

LA SCUOLA E LE SCUOLE

Imparare costa fatica! Egregio dottor Pessina, ho letto l’editoriale “Io, preside, mi chiedo: dunque la scuola non basta?” e ho deciso di non tenere per me le seguenti riflessioni. Oggi tutti gli alunni dovrebbero apprendere piacevolmente, senza fatica, in modo cooperativo. L’esperienza ludica nel processo di apprendimento, a mio avviso, inevitabilmente, però, decresce con l’innalzamento dell’età anagrafica del discente. L’insegnante prevalente di una Primaria necessariamente opera in maniera diversa da un docente della Secondaria che può avere anche nove classi e trascorrere in una classe due ore settimanali; un bambino è altro rispetto ad un adolescente. Le parole fatica, sacrificio, impegno, rinuncia al tempo libero in certe circostanze, zelo, dedizione, costanza, meticolosità suonano come retaggi gentiliani da estirpare al più presto anche dalla Secondaria di II grado e, in quanto considerati tali, questi termini non possono essere pronunciati. Meglio rispolverare don Milani! L’unica certezza è che da studentessa liceale il maggior carico di lavoro era mio, proprio in quanto studentessa, il rapporto umano con i docenti del liceo e universitari distante e, da parte di alcuni soggetti, addirittura sprezzante; da insegnante liceale il maggior carico di lavoro è stato ed è mio per sensibilità, per passione, per dovere, per obbligo di legge con le normative su DSA e BES. Insegnare in una I liceo di Scienze Umane a 29/ 30 studenti è sempre più difficile. Alcuni ragazzi non padroneggiano i necessari prerequisiti (scarse conoscenze lessicali, gravi lacune grammaticali). L'entusiasmo con cui cerco di trasmettere le mie discipline non è sufficiente. Molti di loro non sono disposti ad impegnarsi, in loro non c'è la curiositas necessaria per apprendere. Nel suo editoriale fa riferimento al fallimento, all’insuccesso. Chiediamoci: “Gli studenti hanno seguito il consiglio orientativo dei colleghi della Secondaria di I grado?”, “Hanno subito un condizionamento da parte dei genitori?”, “La scuola è una priorità nel loro planning settimanale?” Quando gli studenti in prima liceo arrancano, forse hanno semplicemente sbagliato scuola! Gli indirizzi della Secondaria di II grado sono differenti: è importante che anche i Dirigenti scolastici, gli psicologi e i sostenitori dell'inclusione se lo ricordino. Non mi pare che don Milani insegnasse in un Liceo! Per 8 anni i ragazzi sono alunni della scuola, poi diventano studenti di scuole con finalità e obiettivi diversi! Inclusione non deve significare omologazione e rinuncia alle connotazioni proprie dei differenti indirizzi scolastici. Il quindicenne ha lasciato l’amato ludus e ogni giorno si reca all’odiata schola? Il praeceptor non è la dolce magistra della fanciullezza, ma non è nemmeno un orco! Il recupero in itinere è prassi consolidata, l’adeguamento delle richieste al livello della classe è un processo ormai interiorizzato, se non altro per resistere agli attacchi dei genitori e ai conseguenti richiami del DS, che nella maggior parte dei casi è contro i docenti per il “bene” dello studente. Anche gli psicologi addossano ogni responsabilità al docente, facendo apparire agli occhi del genitore pagante lo studente come un genio incompreso da nove docenti cretini, sottopagati. Da ultimo vorrei condividere con Lei tante perplessità circa la cosiddetta Riforma Gelmini. Io l’ho sempre letta come una decurtazione oraria e niente più. Nel vecchio ordinamento Brocca insegnavo Latino 4 ore settimanali, Gelmini mi ha chiesto di svolgere lo stesso percorso in 3 ore. Insegnare non significa rovesciare nelle teste dei miei studenti “il mio sapere”; la quarta ora mi dava la possibilità di stratificare l’apprendimento, di ricorrere al metodo natura o induttivo, di simulare le verifiche. Sono d’accordo con Lei: la riduzione oraria premia i bravi e i ricchi! Quest’ultimi, infatti, si avvalgono di un tutor a pagamento per esercitarsi o frequentano scuole private, dove sono previste ore aggiuntive di insegnamento, di conversazione in lingua, per compensare lo scempio della “riforma Gelmini”. Cordialità da parte di una docente BIA (Bisogno di Insegnamento Autentico)

martedì 7 giugno 2016

GIORNATA PRIMAVERA FAI
19-20 MARZO 2016
Tappa 1 -  Piazzetta
Buongiorno. Ben arrivati. Siamo ……………………….. del Liceo……………………… di Erba.
Vi ringraziamo a nome del FAI per essere qui a partecipare alla nostra 24^ Giornata di Primavera, che è ormai da molti anni un fine settimana dedicato alla scoperta dell’arte e della natura italiane.
Il FAI, Fondo Ambiente Italiano, è una fondazione senza scopo di lucro nata nel 1975 per tutelare  e rendere fruibile a tutti il patrimonio artistico e naturale italiano.
La sua missione è conservare, restaurare e aprire al pubblico dimore storiche e aree naturali, proteggendole  dal tempo, dalla speculazione e dal degrado.

Quest’oggi visiteremo Villa Torricella o, come la definiva Giuseppe Borri, uno dei suoi passati proprietari, “un bel casorino”. Ammirando l’edificio e il giardino, saremo immersi in un clima di pace e attraverso il racconto di alcuni aneddoti relativi a chi ha abitato qui avremo l’impressione di essere catapultati indietro nei secoli, dimenticando la frenesia dei nostri tempi e assaporando la tranquillità del passato.
Ci troviamo in quella che un tempo era la piazzetta comunale  di Torricella, oggi corte d’accesso alla villa. Come vedete si tratta di una manciata di case disposte a balcone su un colle che guarda verso il Pian d’Erba.
Osserviamo ora la torre medievale, di cui rimane solo la parte inferiore, che potrete rivedere meglio all’uscita, e che nel corso dei secoli è stata trasformata in abitazione. La struttura consisteva di una torre di vedetta abbinata a un’ ampia costruzione adibita in parte a magazzino munizioni, in parte ad alloggio militare.
 Il nome attuale TORRICELLA deriva dal tardo latino turricola; questa era una delle tante torri che mettevano in comunicazione tutti i castelli della Vallassina –Proserpio, Longone, Corneno e Galliano- con i castelli del Piano d’Erba.
Si trovava inoltre nei pressi di un importante  crocevia nella rete stradale del nord Italia, in quanto prossima alla via che  partiva da Aquileia e, passando per Bergamo,  arrivava a Como, e alla Mediolanum –Bellagio, strada di primaria importanza.  Torricella era  una tappa di queste arterie e un osservatorio strategico, proprio per il fatto di trovarsi su un colle.

C’è anche una leggenda che rafforza l’ipotesi che la posizione  di Torricella fosse strategica: si narra che nel 1162 Federico Barbarossa, nel saccheggio di Milano, avesse trafugato le reliquie dei Magi, molto amate dai milanesi e gelosamente custodite nella chiesa di S. Eustorgio, per trasferirle a Colonia. Per il ritorno in Germania l’imperatore scelse una via diversa da quella usuale (la via Regina) e su questa strada la leggenda vuole che in seguito sorgessero numerose chiese ed altari in onore di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. A questo proposito  ricordiamo che, nelle vicinanze di Torricella, nella località di Carpesino, si trova l’ Oratorio dei Re Magi: ciò dimostrerebbe che Torricella sorgeva su una delle vie che conducevano verso la Germania.
Nel corso del XV secolo il castello si ingentilisce trasformandosi in una dimora confortevole. Appartiene prima ai Carcano de Merono o Meroni fino alla fine del XVI secolo.
Nel 1596 mastro Giovanni Prina, di origini modeste, ma con possibilità economiche,  acquista Torricella: 5 case con portico e 16 pertiche di terra .

Dopo di i Carcano e i Prina  la storia di Torricella diviene un’avventura avvincente, intrigante, che ha avuto come proprietarie donne di carattere e ha vantato tra i suoi ospiti letterati come Carlo Porta e Alessandro Manzoni.
Soffermiamoci ora a osservare un’edicola votiva che rappresenta molto probabilmente l’Assunzione della Vergine. L’affresco, di semplice fattura, è di autore ignoto.
Nonostante i continui e numerosi lavori di intervento sugli edifici,  come vedete, l’atmosfera di fascino rimane, soprattutto se la si immagina ricoperta di glicine in primavera.
Prima di dirigerci verso l’altro cortile nella parte nobile della villa  osserviamo il portone  neo barocchetto che sostituisce  il precedente  portone tardo-neoclassico, immortalato nella tela di Stefano Stampa, figliastro di Manzoni, Torricella dal vero.


Tappa 2 – Lapide/ portico Silva

Nel 1801 la proprietà Prina fu venduta a Raffaele Arauco, nobile milanese, che rivestì diverse e importanti cariche politiche all’interno della Repubblica Cisalpina. Arauco, in quel periodo era un uomo di mezza età ben noto, ricco e potente che aveva sposato una bella ragazza di nome Vincenza Prevosti. La cagionevole salute lo condusse alla morte a fine 1801(pochi mesi dopo l’acquisto di Torricella), mentre era in trasferta a Lione, convocato da Napoleone. La villa diventò quindi proprietà della moglie che, dopo quattro anni e otto mesi di vedovanza, sposò il famoso poeta milanese  Carlo Porta.
La  lapide murata sotto al portico nuovo, voluto dal Silva come replica speculare di quello originario, ricorda i soggiorni a Torricella di Carlo Porta e di Alessandro Manzoni, due grandi letterati milanesi del XIX secolo.
Nel 1818 Carlo Porta vendette la villa a don Cesare Borri, padre di Teresa Borri, seconda moglie di Alessandro Manzoni.

Dopo la morte di Giuseppe Borri, fratello di Teresa Borri, e quella di Manzoni, avvenute a pochi mesi di distanza, la proprietà nel 1873 passò nelle mani del figliastro di Manzoni, Stefano Stampa.
Nel 1907, alla morte di quest’ultimo, la villa e tutte le sue proprietà passarono  in eredità all’Istituto dei Figli della Provvidenza di Milano, fondato da don Carlo San Martino che si occupava del recupero di ragazzi abbandonati, che vivevano situazioni di forte disagio  e li avviava  a un mestiere. Questo istituto vendette nel 1914 la casa di Torricella all’ingegnere seregnese Luigi Silva che intervenne sia sul tessuto urbanistico di Torricella, sia sul corpo di fabbrica, sia sul giardino del bel casorino.
Nel 1953 la villa  passò alla famiglia Gavazzi che, ancora oggi, ne è proprietaria.


Tappa 3- Centro del cortile

Vediamo qui il risultato dell’intervento dell’ingegnere e imprenditore agricolo seregnese Luigi Silva, che aveva anche l’architettura tra i suoi interessi. Il Silva trasformò completamente il casorino, inglobando nella sua proprietà la piazza del paese e la strada che fiancheggiava il giardino sul lato sud, apportando modifiche significative all’immobile, sostituendo il brolo (giardino-orto-frutteto) con un giardino all’inglese in cui trovarono posto anche essenze esotiche come cedri e sequoie.
Pertanto l’attuale dimora di Torricella, oggi proprietà della famiglia Gavazzi, risulta ben diversa dalla casa che fu abitata da due dei più grandi scrittori lombardi dell’Ottocento.
PROPRIETA’ SILVA - ANALISI ARCHITETTONICA
orientamento dei corpi di fabbrica
L’ingresso porticato a est del corpo originario, costituito da tre archi ribassati, viene conservato; la pianta a L viene mantenuta, ma il corpo di fabbrica che si affaccia a sud sul parco viene allungato.
  ampliamento
La proprietà Arauco- Borri si limitava:
- all’appartamento nobile su due livelli, il cui ingresso era preceduto da un portico a tre arcate di cotto, sostenute da due colonnine in pietra
-a un piccolo rustico che collegava la casa con la rimessa per due carrozze

disegno delle facciate e  intervento verso il cortile
* le finestre del piano terra del corpo centrale vengono  trasformate in porte finestre per consentire ad ogni stanza di accedere direttamente al cortile
 *tutte le finestre esistenti e le porte finestre di nuova realizzazione vengono decorate con cornici, le cornici del piano primo collegano anche le finestrelle del sottotetto; una modanatura sopra ogni finestra funge da elemento di coronamento per ogni finestra.
 *vengono posizionate le fasce marcapiano,  per definire maggiormente l'ordine compositivo
 *vengono realizzati tre balconi con parapetti differenti, due in ferro e un terzo  in pietra e cemento
* gli archi del portico antico e quelli del portico-terrazza eseguito negli anni  ‘20 sono del tipo “ribassato policentrico” con colonne in serizzo, la composizione e la loro fattura donano eleganza e leggerezza all’edificio
Tuttora rimane dell’antica costruzione un piccolo campanile sul tetto nel punto di congiunzione dei due corpi di fabbrica, poiché uno degli antichi proprietari, don Giacomo Borri, era un sacerdote ed era solito celebrare messa nella sua stanza, fornita di un armadio che conteneva un altare. Il campanile era provvisto di una campana che veniva suonata in quella circostanza .
ristrutturazione tipologica interna
la divisione funzionale originaria (piano terra = zona giorno e piano primo = zona notte) viene confermata
nell’ala sulla nostra destra viene creato all’interno un corridoio lungo il lato cortile per distribuire i singoli locali e per consentire ad essi di accedere direttamente al cortile
 le piccole sale dal soffitto basso con volte a botte vengono trasformate in saloni di  forme regolari,  di ampie dimensioni, ottimamente illuminate

Osserviamo ora le stanze del piano terreno:
*sotto il portico (non visibile) c’è la sala del camino; il soffitto a botte è basso, il camino monumentale trasportato qui da un’altra casa mal si armonizza con l’ambiente rustico

*seguono la sala da pranzo, la sala del biliardo, il salotto, tutte in fuga prospettica a canocchiale, tutte progettate dal Silva. Alcuni quadri alle pareti  delle ultime due sale sono dei ritratti dei membri della famiglia Gavazzi, importanti  imprenditori serici, proprietari nell’ 800 di ben 120 filande nel territorio compreso tra Como e Milano.

Accanto al portico  c’è la Sala Gialla, detta così dal colore delle pareti, sulle quali sono appesi dipinti di Stefano Stampa, con vedute di Torricella e del Lago di Pusiano.
Ai tempi del Porta questa sala e le camere del primo piano sopra di essa  non facevano parte della villa ed erano affittate.

Gli arredi  sono solo il 50% di quelli originali, perché l’altra metà fu venduta all’asta dall’Istituto dei Figli della Provvidenza, ancor prima della vendita dell’immobile a Silva.

Tappa 4 – SCALEA

Dirigiamoci ora verso il giardino. Notate la  balaustra artistica  e la scalea monumentale  che porta nel giardino romantico voluto da Silva.
Il 29 agosto del 1806 nel cortile si svolse il banchetto di nozze di Carlo Porta e di  Vincenza  Prevosti  che si erano sposati nel vicino Oratorio dei Re Magi di Carpesino.
A 30 anni Carlo è un bell’uomo, colto, agiato e intelligente. Riesce, poco tempo dopo averla conosciuta, a conquistare Vincenza Prevosti, l’agiata e graziosa vedova del nobile Arauco, proprietaria di villa Torricella. Il primo soggiorno del poeta nella villa è legato ad un curioso aneddoto: mentre si trova a Milano, è colto da una violenta crisi di gelosia nei confronti della fidanzata; per controllare la situazione decide di precipitarsi in calesse dalla sua amata, che dorme sola e serena nella sua camera. Per la prima volta, quindi, Porta entra tra le mura di villa Torricella e ne rimane favorevolmente impressionato. Il matrimonio tra Carlo e Vincenza trova lo scenario naturale nella dimora di campagna di Torricella. La cerimonia nuziale avviene infatti nel 1806 nella chiesetta consacrata ai Santissimi Re Magi a Carpesino, una delle poche chiese della diocesi legate a questo culto.
Racconta la leggenda che i resti dei Tre Magi furono trovati da S. Elena e fatti trasportare a Costantinopoli. Dopo varie trattative, il vescovo di Milano Eustorgio riuscì a ottenere la traslazione delle reliquie fino al capoluogo lombardo. Il carro trainato da dei buoi su cui era stato posizionato il pesante sarcofago contenente le reliquie presso  Porta Ticinese sprofondò nel fango e non fu possibile rimuoverlo. L'incidente fu interpretato da Eustorgio come un segno divino e per questo fece erigere lì la basilica nella quale custodire le reliquie dei Magi. In seguito, le reliquie furono rubate da Federico Barbarossa e consegnate al vescovo di  Colonia (come già detto), ma nel 1906 il vescovo di Milano riuscì ad ottenere la restituzione di alcune reliquie, le quali vengono esposte ogni 6 gennaio.
Le nozze di Carlo  e di  Vincenza  significarono per Torricella l’inizio di una nuova era. La casa e il giardino, da quel momento, divennero oggetto di varie e sempre maggiori attenzioni, nel desiderio di rendere la proprietà il più confortevole possibile. Torricella rappresentò per i giovani sposi Porta  un’oasi di autonomia e tranquillità, la possibilità di passare qualche periodo dell’anno lontano da tutto l’impegnativo clan famigliare con il quale convivevano quotidianamente. Ma se il Porta prese subito in grande affezione Torricella, sua moglie se ne stancò ben presto. Effettivamente, al tempo del Porta, viaggiare tra Milano e l’alta Brianza era una cosa abbastanza disagevole a causa del terreno paludoso, degli assalti dei briganti, delle strade disconnesse. Una carrozza privata poteva impiegare circa 4/5 ore da Milano a Erba.
Vincenza  riteneva che la scomodità di questo viaggio le facesse addirittura “ribrezzo”.

Tappa 5- giardino

Carlo Porta era un tipo goliardico e di lui si raccontano parecchi aneddoti:

Carlo Porta e lo scherzo ai frati
Agli anni del primo soggiorno di Carlo Porta a Torricella (1806/1810) è riconducibile un aneddoto che vede il poeta come protagonista di una serie di scherzi goliardici con i frati dell’Eremo di San Salvatore.
Durante i suoi giorni di vacanza a Torricella Porta era solito andare alla scoperta dei luoghi più pittoreschi di Erba; l’escursione di maggior attrazione in quegli anni era quella al famoso Buco del Piombo, la grotta più grande in Lombardia. Dopo aver visitato quel luogo, i viaggiatori erano soliti scendere verso Erba, passando per il convento di San Salvatore. Il monastero aveva acquistato una grande notorietà soprattutto per il bel panorama sulla Brianza e sui laghi. Nel 1810 tutto finì per ordine del viceré Eugenio Napoleone, che ne ordinò la chiusura dell’osteria posta di fianco ad esso, però, rimase una certa fama grazie ai turisti che visitavano il Buco del Piombo e vi ci si fermavano.
Nel monastero c’era una piccola, ma preziosa biblioteca, ricca di qualche rara edizione antica, e Porta non si era lasciato scappare l’occasione di visitarla. Tra i tomi perfettamente rilegati e ben in vista sugli scaffali c’era un ponderoso volume che attirava l’attenzione di quasi tutti i visitatori: “Origini del Buco di Piombo”. Il visitatore si buttava contento sul volume, sicuro di trovare una risposta a tutti i suoi interrogativi, ma si ritrovava in mano solo una tavola di legno spessa e pesante. Il tutto fu ideato dal frate bibliotecario che, stanco di sentirsi chiedere informazioni  sulla grotta, aveva confezionato questo scherzo. L’anno dopo, Porta decise di ricambiare  i frati con la stessa moneta: portò loro in dono del tabacco mischiato a dello sterco di cavallo. I frati non lo seppero mai e il poeta si divertì ad osservarli mentre cercavano di nascondere le smorfie di disgusto fumando.

Tappa 6 –  giardino
Silva nel giardino fece piantumare  specie arboree dal fogliame rigoglioso che oggi coprono quasi completamente la vista sui laghi del Pian d’Erba.

Carlo Porta: gli amici e i versi poetici
Durante il soggiorno a Torricella, Porta poté spesso andare in visita ad amici preziosi che vivevano nei dintorni. Il poeta infatti teneva molto all’amicizia e pensava che in campagna i rapporti potessero rinnovarsi e consolidarsi.
Dopo le nozze trovò nuovi e importanti amici e Torricella fu il teatro nel quale nacquero e si svilupparono forti legami, di cui racconta in alcune sue rime.
Gita a Pusiano
Al 1809 risale la più famosa lettera-poema che parla delle allegre escursioni brianzole di Carlo Porta. Alternando rime spiritose a brevi prose, descrive alla suocera Camilla l’escursione al lago di Pusiano, fatta con la moglie Vincenza, la sua cameriera, alcuni amici e il suo cane, partendo da Inverigo fino ad arrivare a Pusiano, e con una traversata del lago in barca. I gitanti fanno due  soste al mattino: la prima nei pressi di Moiana, sulle rive del lago, e la seconda all’osteria Leon D’Oro a Pusiano. Anche al pomeriggio, ritornando a casa, la comitiva fa sosta in varie osterie per bere e mangiare. Pusiano e il lago erano diventati una meta famosa molto frequentata da turisti, grazie anche ai soggiorni dell’arciduca Ferdinando D’Asburgo e del viceré Eugenio Napoleone e alle citazioni che ne avevano fatto nelle loro opere  Giuseppe Parini e Ugo Foscolo.
Tappa 7- giardino 3
Teresa Borri & Alessandro Manzoni
Nel 1822,Teresa ordinò un ritratto di famiglia al pittore più in voga e più conteso di Milano: Francesco Hayez. Il quadro, oggi conservato nelle sale della pinacoteca di Brera, raffigura Teresa Borri con  il figlioletto Stefano e, alle sue spalle, le madre e il fratello. Il paesaggio, rappresentato nel quadro, potrebbe alludere ai dintorni di Torricella. Perciò vi è la possibilità che il pittore avesse ritratto i Borri Stampa nei pressi della villa. Il quadro, però, non fu di gradimento a Teresa, la quale chiese un ritocco al pittore, che si rifiutò, poiché non voleva modificare la sua opera.
Hayez fu spesso in Brianza e a Erba acquistò Villa Chiesa-Molinari, come residenza di villeggiatura, ancora oggi abitata dai suoi discendenti, e pertanto conosciuta come Villa Hayez.
Il giorno di Natale del 1833 morì la prima  moglie di Manzoni, Enrichetta Blondel. Successivamente l’incontro tra Alessandro Manzoni e Teresa Borri è dovuto a Tommaso Grossi, il quale sapeva che in casa Manzoni si voleva che Alessandro si risposasse, e per questo gli parlava di lei. In seguito, sul finire del 1836, una sera, al teatro della Scala, Grossi presentò a Teresa il già affermato poeta. La contessa Teresa piacque subito al Manzoni e anche a sua madre, donna Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria. Manzoni, dopo qualche altro incontro, le chiese di diventare sua moglie. Fu un matrimonio felice, durato ben 25 anni, come testimoniano le lettere che i due sposi si scambiarono.  Fu solo grazie a Teresa  e alla sua mania di catalogare qualunque foglio o oggetto di proprietà di Manzoni, che oggi ci è possibile avere molte testimonianze dello scrittore. Del marito Teresa collezionava praticamente tutto, le inezie e le cose importanti; addirittura , talvolta, mentre erano a Milano Teresa gli scriveva dei messaggi su bigliettini dalla sua camera da letto al primo piano. Manzoni rispondeva dal suo studio al pian terreno e Teresa riponeva anche queste insignificanti risposte tra i suoi tesori. Dopo l'iniziale armonia, i rapporti tra donna Giulia Manzoni Beccaria e la nuora Teresa, appena a pochi mesi dalle nozze, si deteriorarono fino a diventare pessimi. Donna Giulia, che tanto aveva desiderato le seconde nozze del figlio, dovette pentirsi della scelta fatta. Nacquero tra suocera e nuora varie, lunghe e spiacevoli dispute; in queste dispute il nome di "Torricella" era uno di quelli che bastava subito a mettere di malumore la madre del Manzoni, la quale detestava questo luogo. Contrariamente alla madre, dopo aver soggiornato a Torricella, ospitato dal cognato Giuseppe Borri, Manzoni si innamorò di questo “angolo di paradiso”.

All’inizio dell’estate del 1859, Manzoni per circa un mese soggiornò a Torricella, dove usò la stessa camera da letto nella quale, anni prima, aveva riposato Carlo Porta.
Testimonianza di questo soggiorno è la lapide commemorativa che abbiamo osservato sotto il portico voluto da Silva.
Ad Arcellasco, condusse una vita tranquilla e gli abitanti del luogo lo ammiravano e lo rispettavano grazie alla fama raggiunta con l’opera: “I Promessi Sposi”. Da buon camminatore trascorreva la sue giornate facendo lunghe passeggiate sui sentieri che circondavano Torricella, sempre in compagnia di qualcuno, dal momento che soffriva di agorafobia. Manzoni era un uomo molto religioso e devoto, infatti, come tramandavano con orgoglio gli abitanti del luogo, si recava tutte le domeniche a messa nell’Oratorio dei Re Magi a Carpesino.



Tappa 7 - conclusione nel giardino
Ora ci salutiamo e ci dirigiamo verso l’uscita; vi ringraziamo per l’ascolto e vi invitiamo a visitare l’Oratorio di san Bernardino qui ad Arcellasco  e l’Isola dei Cipressi a Pusiano.
Se desiderate altre informazione sul Fondo Ambiente Italiano non esitate a rivolgervi ai nostri volontari, grazie, arrivederci al prossimo anno.